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EdoardoRiccio 
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17 dicembre 2011

Vale la pena credere nell'Europa?

 

Da quando, poco più di un mese, fa dissi su questo blog che ritenevo la radice dei nostri mali contingenti risiedesse prevalentemente in Europa e nei suoi nano-leader (Merkel in primis), in Italia abbiamo cambiato governo, abbiamo varato una manovra "lacrime e sangue", siamo entrati ufficialmente in recessione e gli spread sui titoli del debito pubblico continuano a mantenersi tra i 450 e i 500 punti.

 

E' stato inoltre raggiunto un ennesimo accordo pasticciato a livello europeo in cui nessun passo avanti è stato fatto nella direzione della risoluzione dei problemi di breve e lungo periodo, ma, per converso, si sono creati i presupposti per un ulteriore aggravamento della situazione di conflittualità tra i Paesi membri.

 

La mia domanda a questo punto è: ha fatto bene la Gran Bretagna a defilarsi, qualunque sia la motivazione contingente che l'ha portata in questa direzione? E ancora: ma ha senso essere europeisti ad ogni costo?

 

A mio avviso un ragionamento approfondito in tal senso va affrontato senza pregiudizi, per una serie di considerazioni. Il progetto originario (implicito o esplicito) era di arrivare alla costituzione degli Stati Uniti d'Europa, ovvero ad una federazione o confederazione dotata di istituzioni democratiche gerarchicamente superiori a quelle dei singoli Stati nazionali, in grado di governare nell'interesse del continente intero e non di singole comunità nazionali. In questo senso e solo in questo senso l'introduzione dell'Euro ha o avrebbe avuto un senso. L'Euro ha creato un legame molto più forte tra gli stati membri di quanto non fosse fatto dal solo mercato unico e ha tolto agli stati la leva fondamentale della politica monetaria (e della svalutazione). Dall'Euro avrebbe quindi dovuto discendere molto rapidamente un'unione fiscale, regole minime comuni sul mercato del lavoro, una politica economica integrata. Ma condicio sine qua non per fare tutto questo, avrebbero dovuto crearsi delle istituzioni europee vere, democraticamente eleggibili, in grado di rappresentare, nel loro operato, i cittadini europei e non, in modo molto disomogeneo, i cittadini degli Stati membri.

 

Viceversa, come ha detto il premier polacco nel suo discorso al Parlamento Europeo, l'Europa è oggi molto vicina al baratro. Non essendovi istituzioni democratiche europee, i singoli Stati sgomitano per far prevalere nelle decisioni europee i propri interessi individuali. E si badi bene, non solo interessi individuali di tipo elettorale (es. no agli eurobond per non irritare l'opinione pubblica tedesca), ma anche interessi individuali di egemonia e predominio, industriale in primis (es. forzare singoli Stati a vendere aziende strategiche i cui acquirenti potrebbero essere aziende dei Paesi dominanti con impatti sulle filiere produttive). La litigiosità cresce di giorno in giorno perché nessuno, nel formulare proposte o scelte, ragiona per il bene dell'Unione tutta, ma per il bene di singoli Stati all'interno dell'Unione. Fino al punto che le stesse manovre imposte alla Grecia o all'Italia (questa non è la manovra Monti, ma è la manovra che Merkel e Sarkozy hanno imposto a Monti nel primo incontro avuto a Bruxelles) e, appunto, il recente pasticciato accordo della scorsa settimana rispecchiano gli interessi Tedeschi di brevissimo termine e non quelli comunitari. Quale è infatti il razionale, in questo momento, di varare riforme marcatamente recessive se non quello di tranquillizzare l'elettorato tedesco sul fatto che l'Euro e l'Europa non siano per loro un pericolo? Quale è infatti il razionale per obbligare i Paesi al pareggio di bilancio e definire un vincolo burocratico in virtù del quale le manovre dovranno ora passare al vaglio della Commissione prima di essere approvate?

 

Il problema è che servissero solo queste norme a tranquillizzare i Tedeschi, potrei anche capire. Ma queste norme hanno anche delle ripercussioni non trascurabili. Per quanto tempo i singoli popoli saranno disposti a lasciarsi imporre manovre finanziarie da Governi di altri popoli, soprattutto laddove queste manovre si trasformassero, per i popoli che le subiscono, in pure rinunce senza alcuna speranza di ripresa? Gli Italiani accetteranno un ulteriore indurimento qualora nel 2012 la recessione rendesse irraggiungibile il fatidico pareggio di bilancio del 2013 (e sì perché nessuno ha detto che la tenuta del nostro debito pubblico dipende dal pareggio al 2013 piuttosto che al 2014)? E gli Spagnoli? E gli Irlandesi o i Portoghesi?

 

Se vogliamo guardare il problema con obiettività, abbiamo due strade di fronte: la prima è quella di creare rapidamente una vera Europa unita, la seconda è quella di tornare rapidamente ognuno per la sua strada. E per noi elettori e osservatori la posizione non può che trasformarsi in: se credi che nell'arco di un paio d'anni si possano creare presupposti forti per gli Stati Uniti d'Europa allora sii europeista, ma se non lo credi sii fortemente anti-europeista. Perché a mio avviso l'unica cosa certa è che senza gli Stati Uniti d'Europa, l'Europa e l'Euro prima o poi crolleranno, e il crollo sarà tanto più cruento (con scenari di guerra inclusi) quanto più i legami che avremo creato saranno stretti e quanto più, di conseguenza, ci saranno Stati forti (ad esempio Germania) che avranno da perdere dal distacco e, magari dal default, di Stati più deboli.




permalink | inviato da EdoardoRiccio il 17/12/2011 alle 9:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

25 ottobre 2011

Chi sono i veri nani della politica europea?

 

Forse è arrivato il momento di fare un po' di chiarezza. Al vertice Tedesco-Franco di Bruxelles una massaia della ex DDR e un piccolo narciso francese con velleità napoleoniche e intelligenza microcefalica si sono permessi di ridicolizzare l'Italia e il suo Governo per la sua malapolitica, accusandoci di trascinare l'Europa nel baratro.

 

Nelle righe che seguono non mi preme fare un'analisi delle cose che l'Italia deve fare per migliorare la sua posizione competitiva, né difendere il Governo di Silvio Berlusconi, ma semplicemente ricostruire le vicende di questi ultimi anni e provare a capire come siamo arrivati a questo punto. In particolare proverò a rispondere a tre domande: perché l'Italia è stata attaccata? L'Italia è a rischio default e, soprattutto, in condizioni peggiori degli altri Stati europei? Perché i due nani della politica europea hanno, di fatto, attaccato l'Italia nel tentativo di metterla all'angolo?

 

1) Perché l'Italia è stata attaccata? L'Italia è stata attaccata essenzialmente perché le indecisioni europee, e in primis quelle tedesche, hanno consentito ad un Paese dell'area euro, la Grecia, di defaultare cancellando nel mercato la convinzione che, nei fatti, il debito sovrano di ogni paese della moneta unica fosse garantito dagli altri. Lo spread Bund BTP, che oggi ci sembra altissimo a 400 punti base, era mediamente di 600 punti nei primi anni novanta, ovvero prima che venisse annunciato l'ingresso dell'Italia nell'Euro. All'atto di quell'annuncio quello stesso spread scese rapidamente poco sopra i 100 punti e rimase tale fino alla primavera scorsa. Il razionale di questa discesa era duplice: in primis si riteneva che, con un controllo europeo sui conti e con regole stringenti sul deficit (Maastricht prevedeva un tetto massimo del 3%), i Paesi meno "virtuosi" avrebbero gestito meglio la finanza pubblica, in secondo luogo, e soprattutto, perché si riteneva che con l'Euro fosse stato avviato un processo irreversibile di unificazione politica che non avrebbe consentito a nessun Paese di abbandonare la moneta unica e, conseguentemente, di andare in dafault. Da qui un sostanziale allineamento dei tassi sul debito sovrano di tutti i Paesi in area Euro. Quando la crisi è scoppiata, per ragioni ben note e a noi abbastanza estranee (noi non abbiamo né famiglie indebitate né banche allegre), chiaramente le economie di tutti i Paesi Euro sono entrate in difficoltà e a farne maggiori spese sono state quelle più deboli. Su tutte la ormai famigerata Grecia. Se la signora Merkel non avesse esitato ad intervenire per aiutare la Grecia nel momento in cui questa ha manifestato le prime difficoltà (non dimentichiamo che il debito greco ha un peso irrisorio sul PIL europeo), con molta probabilità non ci sarebbero stati attacchi all'Irlanda, al Portogallo, alla Spagna e, infine, all'Italia. Viceversa prima si è tergiversato per motivi elettorali (all'inizio della crisi la signora Merkel lasciò tutta Europa in balia dei mercati per non compromettere le elezioni in due Laender, che poi perse comunque), poi si è iniziato a filosofeggiare sulle questioni di principio (aiutare i Paesi che hanno truccato i conti incentiverebbe altri Paesi poco virtuosi ad approfittarne) e infine si è imposto, come condizione per accedere agli aiuti, un pacchetto di tagli insostenibile che ha ulteriormente aggravato lo stato dell'economia greca pregiudicando nei fatti qualsiasi possibilità di salvataggio. Quindi non c'è, come favoleggia qualcuno, un mercato che un giorno si è svegliato, si è accorto che in Italia il governo non ha fatto le riforme e, all'improvviso, ha portato gli spread da 100 a 400 punti base. C'è un mercato che gradualmente ha visto aumentare le probabilità che gli Europei non si sarebbero messi d'accordo e che di conseguenza l'Euro stesso potesse saltare. E man mano che questa probabilità aumentava ha iniziato ad attaccare le altre economie, partendo dai Paesi più piccoli e più periferici fino ad arrivare al cuore dell'Euro stesso. Se l'Euro salta lo spread corretto sul debito italiano è proprio di 400 punti o più, esattamente come lo era nei primi anni novanta. Per cui nessuno stupore se il salto è stato repentino. Sarà probabilmente repentino anche per i Francesi nel momento in cui il mercato attribuirà una probabilità ancora più alta al disfacimento della moneta unica.

 

2) L'Italia è a rischio default? Non sono un economista però mi pare molto difficile. La situazione macro-economica italiana non è cambiata di molto rispetto ai primi anni novanta, quando il debito era già intorno al 120% del PIL, i tassi di interesse erano molto più elevati degli attuali e lo spread era a 600 punti base. La spesa per interessi prima dell'entrata nell'Euro era pari a circa l'11% del PIL, oggi, anche ipotizzando che tutte le nuove emissioni avvenissero agli spread attuali, sarebbe comunque inferiore. Eppure all'epoca l'Italia non era considerata a rischio default e onorava i suoi impegni. A questo si aggiunga che l'Italia è in grado di fornire garanzie che altri Paesi non sono in grado di dare. In primis ha ancora un patrimonio di immobili e partecipazioni che, pur in un contesto di mercato depresso, valgono alcune centinaia di miliardi (a fronte di un debito di circa 1.800 miliardi il solo patrimonio immobiliare è stimato in 300 miliardi). In secondo luogo, le famiglie non sono indebitate, ma hanno un saldo di ricchezza positivo. Questo si sta erodendo, ma comunque dà due tipi di garanzie: la prima è che è più remoto il bisogno di creare ulteriore debito per mantenerle a livelli di sopravvivenza accettabili e la seconda è che, potenzialmente, resta, come extrema ratio a garanzia degli investitori, la possibilità di una patrimoniale. Patrimoniale che sarebbe sì fastidiosa e poco gradita, ma che comunque, essendo noi uno dei pochi Paesi il cui debito pubblico è in buona parte ancora detenuto nelle mura patrie (il 50% è in mani italiane), avrebbe sicuramente un minore impatto sulla ricchezza paese stessa. Certamente esiste un problema forte di crescita, ma di per sé dubito che la crescita possa essere un problema ai fini del servizio del debito nel medio termine. Voglio dire che l'Italia può permettersi di onorare i suoi impegni ancora per tanti anni a patto che nessuno le imponga misure estremamente violente e recessive.

 

L'Italia è messa peggio degli altri? Questo è difficile dirlo. Sicuramente abbiamo un debito pubblico elevato e problemi di crescita. Temo però che il problema crescita, per quanto da affrontare, sia abbastanza comune in Occidente causa assestamenti da globalizzazione e un modello di sviluppo basato sui consumi che fatica. Paradossalmente però mentre noi, in periodo di crisi, siamo riusciti a contenere il deficit e quindi la crescita del debito, la situazione è molto peggiorata per Paesi come Francia, UK e USA che sono intervenuti in modo significativo a sostegno delle istituzioni finanziarie e delle famiglie. La Francia ha banche in fortissima difficoltà ed è già dovuta intervenire a supporto di Dexia.  La Germania è forse andata meglio, ma anch'essa ha un indebitamento del 100% (dato ufficiale 86% senza consolidare il debito del Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, che è simile alla nostra Cassa Depositi e Prestiti il cui debito noi consolidiamo), ha un'economia al momento ferma e banche con pesantissime esigenze di ricapitalizzazione (pubblica?). In Italia il tessuto economico tiene: stando a dati Intesa-Prometeia, negli ultimi dieci anni il nostro export ha sostanzialmente mantenuto la propria quota di mercato (-0,4% contro -1,2% della Francia, -1,5% del Regno Unito, -3,5% degli USA) e solo nella prima parte del 2011 è cresciuto del 17%. Il nostro sistema bancario è piuttosto solido, grazie a un sistema di vigilanza efficace, a un peso contenuto dell'investment banking/ trading e a una limitata presenza di titoli spazzatura nei portafogli.

 

3) Perché l'attacco dei due nani? L'attacco dei due nani è dovuto al fatto che ci sono oggi avvisaglie di un possibile downgrading della Francia e, conseguentemente, di difficoltà anche per la Germania (asta dei Bund difficile la scorsa settimana). A furia di tentennamenti (e ricordo che Tremonti anni fa disse che la soluzione erano gli Eurobond) la situazione è ormai quasi fuori controllo. La crisi è al suo livello terminale e la signora Merkel ha capito che l'unica via d'uscita è convincere i mercati sul fatto che l'Euro sopravvivrà. Per far questo ha bisogno, dopo il default greco, di assicurare che nessun altro Stato potrà più defaultare in futuro. Poiché ci sono Stati come Irlanda, Portogallo e Spagna che possono essere salvati dalla mutualità europea ed altri come Francia e Italia che possono solo salvarsi da soli (too big to be saved) la strategia non può che essere di un tipo: agire rapidamente per evitare il contagio della Francia, assicurare sulla capacità del fondo salva stati di supportare i Paesi piccoli, garantire che esistono unità d'intenti e strumenti coercitivi per imporre all'Italia misure drastiche in breve tempo. A tal fine è anche importante osservare che non solo in Italia, ma anche in Germania e in Francia siamo in zona pre-elettorale e se Sarkozy ha tutto l'interesse a scaricare la colpa delle proprie magagne su terzi, anche la Merkel ha interesse a mostrare di poter governare l'Euro minimizzando il conto per i propri cittadini. A questo si aggiunga che, a mio avviso (ma questo è tutto da dimostrare), spingere l'Italia ad agire rapidamente sul fronte della riduzione del debito potrebbe essere un modo per costringerla a vendere qualche asset strategico a prezzi di saldo e, di conseguenza, un'opportunità per qualche nostro partner di "colonizzare" pezzi importanti della nostra economia.

 

In sintesi, penso che il Governo Italiano (al di là di chi siede sulla poltrona) abbia ben poche colpe per quello che sta succedendo e che i principali indiziati siano seduti in altre capitali. Sono convinto che, per come i vari Paesi hanno affrontato la crisi, nessuno sia in condizioni di darci lezioni di alcun tipo. Penso, questo sì, che se i nodi delle riforme strutturali fossero stati affrontati oggi l'Italia potrebbe star meglio in piedi da sola e senza garanzia europea sul proprio debito. Penso anche però che sia perfettamente idiota chi sfrutta questa situazione per calcoli elettorali dando contro al Governo per quanto fatto in questi tre anni. Le riforme infatti non si improvvisano, né si fanno in quindici giorni. Se l'Italia è ferma lo deve a tutti i Governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni. Oggi siamo qui ed è inutile recriminare. Bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare, ma, nel contempo, fare quadrato di fronte a chiunque dall'esterno ci attacchi, evitando che, magari, giocando sulle nostre divisioni ci soffino parti importanti della nostra autonomia e della nostra ricchezza. Viva l'Italia!




permalink | inviato da EdoardoRiccio il 25/10/2011 alle 11:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 luglio 2011

Quali futuri per Destra e Sinistra?

Destra e Sinistra rappresentano la posizione in cui siedono le diverse forze politiche in Parlamento. Per tradizione la posizione relativa di ogni forza rispetto alle altre indica anche un maggior o minor grado di polarizzazione delle idee politiche. In questo senso le forze che si sedevano a Sinistra nel 1861 sono molto diverse da quelle che si siedono a Sinistra oggi e lo stesso discorso vale per le forze di Destra. Anzi probabilmente le forze di Sinistra del 1861 oggi siederebbero molto meno a sinistra dell’attuale Sinistra, mentre le forze di Destra del 1861 si siederebbero più a Destra delle forze di Destra di oggi. Coeteris paribus, le forze di Sinistra e di Destra di oggi siederebbero più al centro delle omologhe forze di trenta o quaranta anni fa.

Direi che la polarizzazione tra forze di Destra e di Sinistra sia cresciuta tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento con l’allargamento progressivo della base elettorale e con l’affievolirsi del peso della religione nella cultura delle popolazioni. Nel corso di tutto il Novecento fino alla crisi del Comunismo (anni ’70 e ’80) è stata sostanzialmente stabile. A partire dalla fine dei regimi comunisti si sia sostanzialmente ridotta. Questo trend sembra valere per l’Italia, per l’Europa Occidentale e, per quanto in misura ridotta, anche per gli Stati Uniti.

In Italia e nell’Europa Occidentale il livello di polarizzazione è stata fortissima, con partiti Comunisti a Sinistra e partiti di stampo Fascista a Destra. Negli Stati Uniti molto più fievole in quanto gli Americani non hanno mai messo in seria discussione  l’assetto democratico, liberale e capitalista della società. Di conseguenza non sono mai esistiti Movimenti Comunisti o forze Filo-fasciste significative.

Oggi in Europa la polarizzazione tra Destra e Sinistra è ancora abbastanza significativa. Soprattutto a Sinistra ci sono ancora numerosi politici con una lunga militanza in Partiti Comunisti o Socialisti, che per forza di cose ne segna la matrice culturale di fondo. Alla stessa stregua nell’elettorato più anziano ci sono ancora grosse componenti che hanno vissuto in epoca di forti ideologie e che da queste sono ancora fortemente condizionate. Ovviamente i Movimenti Comunisti si sono di molto ridotti, ma la Sinistra mantiene  un imprinting di stampo socialista o socialdemocratico in materia economica (marcate logiche di redistribuzione, welfare significativo, maggiore regolamentazione e presenza dello Stato) e un orientamento più permissivo e favorevole al cambiamento in ambito sociale (forte enfasi sui diritti, famiglia intesa non solo come famiglia tradizionale, apertura nei confronti dell’immigrazione, mito della società multietnica e multirazziale). I movimenti e l’elettorato di Destra tendono invece ad avere una visione più liberale e aperta al mercato in economia (minore peso dello Stato, fiducia nei meccanismi auto correttivi del mercato, maggior spazio all’iniziativa privata, minore spesa pubblica e minore redistribuzione) e più conservatrice in materia sociale (minore apertura all’immigrazione, tutela della famiglia tradizionale). Pur con differenze non irrilevanti da Paese a Paese, la tendenza è di un forte avvicinamento e non è raro oggi che esistano forze politiche che assumono posizioni di sinistra o di destra a seconda dei temi o che, su specifiche materie, si creino schieramenti più o meno favorevoli, trasversali alle forze politiche. Tuttavia non si può negare che la posizione di Vendola o di Pisapia sia redicalmente diversa da quella dell’elettore di un qualunque Centro Destra europeo.

Negli Stati Uniti, come dicevo, la società è sempre stata piuttosto coesa nel condividere i principi di fondo di uno stato liberale e nel rinnegare l’utilità di un forte intervento pubblico in economia. Questo ha portato ad avere storicamente differenze minime (per i nostri standard) tra Sinistra (Democratici) e Destra (Repubblicani). Differenze che però erano e sono tuttora evidenti se si pensa alla recente battaglia tra il partito della riforma sanitaria e quello del pareggio di bilancio o alle posizioni fortemente discordanti su materie quali politica estera,  unioni gay o aborto. Ovviamente anche qui c’è stato un avvicinamento delle posizioni, ma partendo da una situazione di polarizzazione inferiore, i cambiamenti sono stati molto più contenuti.

Che dire quindi del futuro? Se rimaniamo nell’ambito di società coese (esiste un rischio minimo che i fenomeni migratori portino ad una “tribalizzazione” delle società occidentali), penso che rimarranno visioni della società alternative, una più propensa alla conservazione e una meno, una più orientata al laissez faire e l’altra meno. Penso però che in Europa la fine del Comunismo abbia avviato un processo che porterà ad una situazione molto simile a quella Americana, in cui differenze meno marcate porteranno a posizioni spesso in sovrapposizione tra le due parti e con più frequenti flussi e riflussi di elettori.  Sulla velocità e la portata di tale cambiamento incideranno a mio avviso anche le diverse strutture sociali e le differenti leggi elettorali. Società fortemente “corporativizzate” come la nostra tenderanno sempre ad esprimere maggiore pluralità di posizioni, così come leggi elettorali di stampo proporzionale porteranno ad enfatizzare maggiormente le differenze rispetto a sistemi di tipo bipolare. I partiti continueranno ad esistere e, in quanto tali, le loro proposte continueranno ad essere in qualche misura collegate ad una “visione” complessiva e generale. Potranno al limite non volersi più autodefinire di Destra o di Sinistra per logiche di marketing o di comunicazione, ma questa visione sarà la radice stessa della loro esistenza. Aggiungo che un mondo senza Destra e Sinistra (nella sostanza e non nella semantica) non è nemmeno auspicabile. Quello che è auspicabile è che, soprattutto in Italia, cessi la continua guerra tra Guelfi e Ghibellini che porta ad una pregiudiziale incapacità di dialogo e di ascolto tra le parti.

 




permalink | inviato da EdoardoRiccio il 4/7/2011 alle 11:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

14 luglio 2010

Che prospettive per l'Unità d'Italia?

 

Nel 2011 festeggeremo i 150 dell’Unità, ma credo che probabilmente non arriveremo ai 200 anni e, probabilmente, molti di quelli che oggi scrivono e leggono moriranno cittadini di un Paese che non si chiamerà Italia.

I motivi sono, nell’ordine, di natura storica, economica e politica. Storicamente il processo di unificazione nazionale si sviluppa a mio avviso come summa di ambizioni dinastiche, ideali romantici di una fascia ristretta della popolazione e volontà di liberazione dal dominio straniero. Difficilmente però si può definire il Risorgimento come un moto popolare spinto da affinità e sentimento nazionale radicati. Che gli Italiani non esistessero come Nazione se ne accorsero fin da subito i governanti piemontesi che dapprima provarono ad estendere le proprie leggi e i propri metodi di governo al Sud, poi, non riuscendoci, piuttosto che cercare un percorso di integrazione graduale, preferirono rinunciare e giocare di sponda con la nascente criminalità organizzata per mantenere il controllo del territorio. A questo si aggiunga che i Socialisti e i Cattolici non furono mai strenui sostenitori dei valori risorgimentali e unitari: gli uni perché vedevano questi valori come un parto della società borghese, i secondi perché l’Italia nasceva col peccato originale della breccia di Porta Pia. L’unico periodo in cui si è dato impulso concreto alla creazione di una Nazione nel senso più pieno del termine è stato il ventennio. In parte grazie alla riconciliazione con i Cattolici (Patti Lateranensi), in parte con il rilancio di simboli e miti (elementi imprescindibili per la creazione di qualunque sentimento nazionalistico). Il ventennio però è finito con una guerra e una sconfitta disastrose che hanno demolito quanto di positivo potesse essere stato fatto dal 1861 ad allora. La classe politica repubblicana, volendosi dissociare da qualunque simbolo che potesse essere interpretato come “fascista”, ha buttato il bambino con l’acqua sporca ovvero ha fatto piazza pulita di tutti i valori che, nati durante il Risorgimento, erano stati enfatizzati da Mussolini. Le Forze Armate, simbolo da sempre di unità nazionale in qualunque Paese sono state gradualmente smantellate. Le date simbolo che un tempo erano il 4 Novembre (una vittoria) e il 20 Settembre (la presa di Roma) sono sparite e tuttalpiù sostituite con altrettante date non sempre e da tutti sentite come simboli unitari (25 Aprile e 2 Giugno). L’inno nazionale è conosciuto da pochi, non è più insegnato nelle scuole (comico lo “stringiamoci a corte” dei calciatori ripetuto pedissequamente da molti sugli spalti) e c’è chi propone di sostituirlo con “Va’ pensiero”, inno di un popolo schiavo. E tutto questo solo per citare alcuni esempi. Gli Italiani sono tali solo quando tifano per la Nazionale o per Alberto Tomba.

Dal punto di vista economico, nessun tentativo serio di dare una prospettiva di sviluppo al Meridione è mai stato fatto. La criminalità micro e macro è tollerata e lo Stato si limita a garantire livelli occupazionali minimi finanziando una Pubblica Amministrazione pletorica e improduttiva che, a catena, dà poi lavoro ad altrettanti consulenti inutili e improduttivi. Il risultato è un divario che continua ad aumentare con un Nord che nei fatti mantiene il Sud. Questo poteva forse essere accettabile fino all’inizio degli anni ’90 quando l’economia era mediamente sana e c’erano prospettive di crescita, ma non è più sostenibile oggi perché siamo un Paese in declino e mantenere ampie fasce di popolazione improduttive va a scapito di investimenti fondamentali. In tal senso il parallelismo con il Belgio funziona molto bene: il Belgio non è una Nazione e, anche in questo caso come nel nostro, c’è una parte della popolazione (i Fiamminghi) che mantiene l’altra. Questo mix porta inevitabilmente a tensioni secessionistiche.

Infine dal punto di vista politico, è probabile ed auspicabile che il processo di integrazione europea riprenda e che, sui temi strategici, un sempre maggior numero di temi vengano delegati all’Unione. Questo diminuirà inevitabilmente il peso dei Governi statali che perderanno gran parte della loro ragione d’essere proprio e soprattutto laddove già di per sé il sentimento nazionale è debole e il divario economico costituisce un elemento di frizione. In tal senso è molto probabile che Paesi come il Belgio e l’Italia si spacchino in macro-regioni a diretto riporto di Bruxelles.

In sintesi non è possibile avere botte piena e moglie ubriaca: una Nazione si crea con simboli che sono appunto nazionalistici. Se il nazionalismo è visto come una pecca non nasce una Nazione e se non nasce una Nazione non nascono quei sentimenti che possono rappresentare un collante al di là di ogni divario economico. E se il divario economico c’è e non esiste una Nazione è probabile che nel tempo si arrivi ad una secessione. Se poi c’è anche qualche fattore esterno che contribuisce in quella direzione i giochi sono fatti. Vero? Sbagliato? Giusto? Non giusto? Se ne può discutere, ma che l’analisi sia approfondita e critica e nessuno osi bollare le ragioni economiche come “egoismo”. Oggi parte dei cittadini del Nord sono tentati dalla secessione per quegli stessi motivi meramente economici che portano i cittadini del Sud a reclamare l’unità. Dove manca coesione c’è spazio solo per alleanze e, da che mondo e mondo, sono solo gli interessi convergenti delle parti che ne determinano nascita e morte.




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9 aprile 2010

Ipotesi e speranze a valle delle elezioni regionali

 

Le elezioni regionali hanno prodotto risultati eclatanti ed estremamente interessanti dal punto di vista politico, anche e soprattutto in prospettiva di medio-lungo termine.

Chi vince? Primo, il Partito dell’Astensione (con la P e la A maiuscola a significare il valore assolutamente nobile che attribuisco all’astensione in un contesto di povertà della classe politica). Secondo, la Lega che si rafforza laddove già governa a livello locale da più o meno tempo ed estende i suoi tentacoli verso il centro Italia. Terzo, il Movimento di Beppe Grillo. Quarto, l’IDV di Di Pietro che conferma o addirittura migliora il risultato delle Europee.

Chi perde? Il PDL e il PD a pari merito. Ormai, di fronte ad un elettorato che sconta il 35% di astensione, i due partiti leader delle coalizioni di Destra e Sinistra stentano a raggiungere il 50% dei votanti. Vale a dire che, insieme, non raggiungono il 35% dei consensi degli aventi diritto al voto. Vale a dire che, alleati in un ipotetico sistema proporzionale, non raggiungerebbero i numeri per formare un Governo.

Chi non perviene? L’UDC. Coerente la scelta di allearsi di volta in volta a Sinistra o a Destra a seconda dei candidati (per quanto in pochi abbiano capito che logica sia stata adottata per decidere quando andare a Sinistra e quando a Destra), i cittadini hanno bocciato la proposta del “terzo polo centrista” e c’è da scommettere che Casini rivedrà a brevissimo la propria linea strategica.

Sul razionale di questo esito si possono fare mille congetture, ma alcuni punti sono chiari. Le campagne elettorali fatte di attacchi della magistratura (sempre la solita inchiesta che parte a un mese dalle elezioni) e di retate anticamorra e antimafia non solo non hanno presa, ma nauseano l’elettorato. Il teatrino e i tatticismi della politica, “remake” in peggio di quanto eravamo abituati a vedere nella Prima Repubblica, nauseano l’elettorato. Le modalità con cui si formano le candidature in partiti come PD e PDL, mai per meriti, ma sempre per consorterie, irritano l’elettorato. Morale: chi non crede che ci sia un’opzione migliore dell’altra e che entrambe abbiano raggiunto un livello di credibilità inferiore ai minimi sindacali si astengono o comunicano il loro disprezzo votando Grillo. Chi è disgustato, ma crede ancora che sia meglio scegliere vota per forze interne alle coalizioni ma alternative a PD e PDL.

Per la Lega, come dicevo, c’è un segnale molto importante e positivo. Si rinforza in Lombardia e Veneto dove già governa città piccole e grandi da tempo. Questo significa che la percezione dei cittadini sulla capacità di amministrare la cosa pubblica è positiva. Ovviamente si tratta di una sfida importante: primo perché la Lega potrebbe mancare di una base sufficiente di amministratori adatti al numero delle responsabilità (raddoppiare e in alcuni casi triplicare i consensi significa avere il doppio o il triplo delle persone idonee a sedere nei consigli regionali), secondo perché è la prima volta che assurge alla presidenza delle Regioni. E si sa che governare una regione è più complesso che governare un comune, specie poi se le Regioni in questione sono niente po’ po’ di meno che Piemonte e Veneto. In particolare la Lega dovrà dimostrare che è in grado sia di continuare a interloquire coi cittadini, sia di gestire quelle cose che i cittadini percepiscono meno, ma che sono altrettanto importanti, come i conti della Sanità. Questo a livello locale. A livello Nazionale, la Lega potrebbe, sulla scorta dei risultati ottenuti, raggiungere una riforma bipartisan di stampo federale. Cosa farà a quel punto? La Lega ha potuto fino ad oggi giocare da partito di opposizione all’interno di una coalizione di Governo in quanto dimostrava di concentrare tutta la sua azione politica nella direzione, appunto, del federalismo, spesso osteggiato dalla componente meridionalista del PDL. Ma come saprà rinnovare la sua “value proposition” una volta raggiunto il suo scopo? Come potrà trasformarsi da forza di rottura e cambiamento in forza di gestione della continuità quando la gestione della continuità implicherà scelte in materia di fiscalità o diritti civili? E ancora, come farà la Lega a selezionare i suoi candidati nel momento in cui vedrà incrementare il numero delle posizioni “visibili” che dovrà occupare? Perché anche la Lega, a ben vedere, sta iniziando a cedere alle tentazioni del “nepotismo romano” tanto detestato. Basti pensare all’epopea di Renzo Bossi, eletto a Brescia, con un curriculum che recita “mai un’ora di lavoro, bocciato plurimo all’esame di maturità e unico “achievement” dell’acerba carriera pubblica l’invenzione di un gioco “caccia l’immigrato” che, all’epoca, gettò tutti nell’imbarazzo".

Per PD e PDL, l’unica strada percorribile è il rinnovamento. Un rinnovamento che deve essere certamente di facce, ma anche e soprattutto dimostrazione di capacità realizzativa. Esiste per queste forze politiche l’opportunità di riunirsi e produrre congiuntamente un cambiamento istituzionale fondamentale per il Paese, riacquisendo quella centralità all’interno delle rispettive coalizioni che stanno perdendo. Qui però la vera incognita è Berlusconi. Berlusconi non sembra infatti preoccuparsi di quello che avverrà nel PDL dopo di lui e non è chiaro se intenda riproporsi per governare fino alla fine dei suoi giorni o se cercherà una via d’uscita carica di onori per ritirarsi a vita più o meno privata. In funzione di questo cambierà il modo in cui lui, e di conseguenza il partito di cui è proprietario, giocherà la partita delle riforme. In funzione di questo cambierà anche il gioco del PD, che ha sicuramente interesse a fare riforme solo ove condivise e ove non appaia come mero comprimario. Le sorti del Partito dell’Astensione, dell’IDV e del Movimento Grillo dipenderanno molto da queste vicende. Se PD e PDL recupereranno credibilità, questi scompariranno. In caso contrario continueranno a crescere. Con un rischio ulteriore per l’IDV: se continuasse a forzare troppo la mano, potrebbe anche finire vittima di una mossa analoga a quella fatta da Veltroni coi Comunisti di tutte le specie: fuori coalizione uguale meno voti, uguale fuori dal Parlamento, uguale azzeramento totale dopo meno di due anni di assenza dalla scena. Questa strategia sembra oggi improponibile vista la debolezza della Sinistra, ma il panorama politico italiano cambia velocemente e di qui al 2013 tutto può accadere.

Un punto per chiudere riguarda ancora il Partito dell’Astensione. Posto che l’Italia è un Paese in cui tradizionalmente votano in molti, come dicevamo sopra, l’incremento dell’Astensione è un segno, democratico e lecito, di disprezzo delle alternative che la classe politica propone. Ora, affinché questa forma di protesta sia presa sul serio dalla “Casta”, al di là delle dichiarazioni di prammatica post-elettorali, sarebbe bello che si fissasse una soglia massima di astensione (ad es. del 40%) al di là della quale le elezioni non venissero considerate valide e dovessero essere ripetute. La regola potrebbe prevedere, per esempio, che le Camere non venissero sciolte prima del voto, ma solo dopo che l’esito della consultazione fosse dichiarato valido. Ovviamente nuove elezioni si dovrebbero tenere non oltre i 3 mesi successivi la prima consultazione, dando il tempo ai partiti di rivedere liste, alleanze e candidature. Molto difficile da realizzare, però, in un contesto in cui ci sono tante barriere all’ingresso in politica e la selezione dei candidati è interamente demandata ai partiti, sarebbe un potente strumento a disposizione dei cittadini per non doversi turare il naso all’infinito.


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permalink | inviato da EdoardoRiccio il 9/4/2010 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

9 dicembre 2009

Copenhagen - announced failure?

 

Copenhagen? The only certain thing up to now is that the organisation of such an event will cost a significant amount of money which will be borne by taxpayers from all over the world. And the first question is: is it strictly necessary to involve so many people and organise such huge events to discuss a relatively small number of proposals, already treated informally through diplomacy? And again, is it not possible to discuss more things at once instead of having a G8, then a G2, then a G20, then the Conference on Climate Change and so forth? Just to be credible with people who still struggle against the worst crisis in the last 80 years.

 

In terms of accomplishments it is very unlikely that this Conference will lead to any meaningful result, regardless of the inevitable emphasis of media comments. First of all because there are too many interests at stake (rich countries vs. poor, UE vs. US and China, etc.) and it is impossible to make everybody happy. Second, because it is extremely hard to define short term targets on things like emissions and we all know how worth are long term plans in a short-sighted, fast changing world like this. Third, because such targets are difficult to measure. Finally, because the budgets required to meet the objectives are pretty high and it is not sure that people are willing to accept higher targets or lower services for something they do not fully understand.

 

What is the proposal then? The first proposal is to shed clarity on climate change. There is no certain proof that climate change is due to human activities. There are a lot of valuable “politically incorrect” studies showing that the enhancement of temperatures is due to natural changes. People agree that we cannot keep polluting or exploiting more resources than sustainable. People might even accept “environment sustainability” as the new frontier to encourage research, investments and economic growth. But I am afraid people don’t believe that in fifty years southern Europe will be a desert and that Venice will be submerged by the Mediterranean. Not at least in their life and not because of the greenhouse effect. Clarity is key to achieve consensus. The second step is to define what interventions are needed according to an unbiased analysis of the risks. For instance, if there is little risk that climate change is due to human behaviour some local (national or regional) initiatives could be sufficient to grant a better and more sustainable environment to citizens of a given area without looking for improbable universal agreements. The final step, in case only universal recipes are suitable (for climate change is due to us or any other reason), let’s - UE and US – take a strong lead of the decision process. Let’s make a joint proposal, let’s discuss it with all possible counterparties and then let’s make a decision with or without agreement and, anyway, without too much compromise. It’s true that countries like China, India, Brazil are becoming more and more powerful. It’s true that developing countries are growing their negotiating power. But if we really think urgent action is needed let’s not leave short term interests overwhelm us. Let’s define our standards for “environment compatible certified goods” and let’s ban from our markets the ones that are not. And in any case, let’s translate long term emission objectives into very concrete and measurable short term targets and let’s set penalties for states and firms unable to meet them.

 

The Copenhagen Forum is likely to confirm a 20% cut of European emissions within 2020. This will be worth very little if a) all countries do not subscribe a common and concrete plan to achieve such an objective and b) we don’t create the conditions for this plan not to penalise our economies vs. the rest of the world.




permalink | inviato da EdoardoRiccio il 9/12/2009 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

8 settembre 2009

I bonus non sono una priorità

 Tutto il dibattito sui bonus dei banchieri è di un populismo sconcertante. E' vero: i banker normalmente hanno una quota rilevante del loro compenso complessivo erogato in forma variabile, sia esso bonus o stock option. Bisogna però ricordare due cose fondamentali: primo, non solo i top manager delle banche hanno bonus e stock option ma anche quelli delle principali aziende di altri settori. Secondo, in genere bonus, e a maggior ragione gli stock option plan, sono costruiti in modo da essere allineati all'andamento dell'azienda e, in particolare, al valore creato per gli azionisti. I bonus in genere vengono determinati su obiettivi annuali (e quindi per definizione di breve termine), gli stock option plan su obiettivi pluriennali (e quindi di medio termine). Entrambi, direttamente o indirettamente sono strettamente legati all'andamento dei titoli: i bonus infatti sono spesso commisurati ad elementi di natura economico patrimoniale che, in genere, sono gli stessi guardati dagli analisti per valutare le aziende, gli stock option plan sono direttamente commisurati all'andamento dell'azione. La critica di fondo è che questi sistemi di compensazione, così sbilanciati verso forme di incentivo variabile di breve termine, porterebbero il management a fare scelte esasperate tali da mettere a repentaglio la sostenibilità del business nel lungo termine. E in parte forse questo è vero. Però mettere un limite di "legge", di qualsivoglia natura (ammontare o obiettivi associati), rischia solo di penalizzare le banche senza raggiungere alcuno scopo. Infatti a ben vedere è sono i mercati finanziari che hanno di base una prospettiva di breve termine: è l'enfasi nei confronti dei risultati di breve termine (trimestrali, semestrali, etc.) che genera un comportamento "a breve termine" del management. Se anche un manager fosse remunerato interamente in cifra fissa, comunque il suo comportamento sarebbe comunque orientato a prediligere i risultati di breve termine rispetto alla sostenibilità di lunghissimo termine semplicemente perché il suo vero scopo sarebbe di soddisfare azionisti che altrimenti lo licenzierebbero. Per contro, limitare forme di compenso variabile e incrementare componenti fisse avrebbe l'effetto di aumentare i costi per l'azienda nei momenti di maggior difficoltà e ridurre la compensation totale limiterebbe la capacità delle banche di attrarre talenti. Certamente questi strumenti di remunerazione andrebbero affinati e ritarati in modo da tutelare maggiormente la sostenibilità di lungo termine, ma così come fino ad oggi questi sistemi erano stati definiti, in buona fede, per allineari i compensi alla creazione di valore così pure domani dovrà essere il mercato a correggere i difetti emersi. Certo potranno esserci ancora errori perché nessun sistema è perfetto. Però non vedo in virtù di quale superiori competenze i politici potrebbero essere più idonei degli specialisti ad apportare dei correttivi, così come non vedo come si possano definire dei criteri che possano andar bene sempre, comunque, dovunque e per tutte le realtà. 




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23 giugno 2009

Il referendum, le regole e i soliti giochetti

Ed eccoci di nuovo di fronte all'ennesimo referendum fallito miseramente. Un fallimento che costa, perché ogni referendum nel bene o nel male costi ne ha. Ma perché il referendum è fallito? Semplice: perché nessun partito ha fatto campagna per il sì. E dunque, trattandosi di materia complessa, nessun cittadino se ne è preoccupato. E perché nessuno ha fatto campagna? Semplice: perché in nome di millantati risparmi si è pensato bene di sommare il referendum ai ballottaggi per le amministrative. Ovvio quindi che, trattandosi di una consultazione che, in caso di esito positivo, avrebbe penalizzato tutti i partiti con la sola esclusione di PD e PDL nessuno avrebbe avuto interesse a parlarne. Non Lega, IDV o i vari residuati di Rifondazione perché ne sarebbero usciti morti, non PD e PDL perché avevano bisogno dei voti dei suddetti partiti minori per i candidati ballottanti. Aggiungerei che, poiché erano tutto sommato poche le aree in cui si votava per i ballottaggi, in tante zone si sarebbe dovuto andare a votare per il solo referendum solo due settimane dopo le europee. E se il referendum non è nemmeno pubblicizzato, beh abbastanza normale che nessuno vada. Insomma una regia nemmeno troppo occulta di tutte le forze politiche per farlo fallire, alla faccia dei cittadini che si sono spesi per raccogliere le firme, alla faccia di chi ha dovuto lavorare per sincerarne la costituzionalità e alla faccia dei costi sostenuti per organizzarlo. I casi sono due. O aboliamo il referendum, che però è l'unica forma di democrazia diretta che abbiamo. Oppure cambiamo una regoletta: il quorum. Se non ci fosse stato il quorum, i SI avrebbero vinto indipendentemente dal 23% dei votanti. Senza il quorum, avremmo quindi visto tutti i partiti schierati ferocemente in campagna elettorale, il referendum si sarebbe probabilmente tenuto in autunno e non in concomitanza delle amministrative e finalmente la smetteremmo con la pratica odiosa in virtù della quale i NO usurpano regolarmente il voto degli astenuti "strutturali". Perché anche questa è una prassi che ormai è divenuta regola e che dovrebbe essere considerata incostituzionale: se infatti assumiamo un 20% di astensione fisiologica (gli anziani, quelli che vivono lontani dal comune di residenza, ecc.), la percentuale massima dei votanti si aggira intorno all'80%. Con il gioco del quorum, i NO non hanno alcun interesse ad andare a votare fin tanto che non ci sia il sospetto ragionevole che i SI superino il 50% degli aventi diritto, ovvero il 62,5% di coloro che possono votare. Quindi con il gioco del quorum, nei fatti un referendum passa se una percentuale almeno pari a 62,5% degli aventi diritto è d'accordo. Questo non è certamente nello spirito degli estensori della carta costituzionale.




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12 giugno 2009

European elections and structural choices for a viable Europe

 

The outcome of the elections for the European Parliament has been a mix of lower turnout, general defeat of moderate parties and significant gains of radicals and euro-sceptics. There are for sure some contingent reasons for this. First, during crisis social disease increases, people lose confidence in moderate forces and divert their vote towards anti-system parties. Second, Europe has had a much less relevant role in the management of the crisis than national governments and this has shaded European institutions. Finally, some constraints to deficit expansion (e.g. the 3% deficit limit) might have even conveyed the idea that Europe is a bureaucracy that limits the ability of single governments to undertake effective actions. Most of these effects will probably be reabsorbed quickly if European economies recover in a reasonably short time.

Nevertheless beyond contingent reasons there are also structural doubts around the European project in much of the public opinion, as demonstrated also by the recent consultations on the European Constitution. These doubts can be synthesized in two key questions: What is Europe now? What are we aiming at? Public opinion does not understand it and the less it gets answers on the “nature” of the project, the more it becomes nervous about the constraints and the rules Europe is imposing at various levels.

What is Europe now? There is no precise definition of what Europe is, but it is most probably a single market with a single currency and a strong alliance to grant peace in a vast region. Starting from this, what are we aiming at? What is the ultimate purpose of Europe? To grant long lasting peace to a wide region and well-being to its citizens through free trade and free mobility or to become a power able to play a balancing role between US, Russia, China, India? Does it have to be as wide as possible or more concentrated?

A debate on these questions is essential, as only from a clear answer can derive a credible project that might acquire confidence from the public opinion.

If the purpose of Europe is to grant peace to the region and well-being for citizens, there is no need for strong political integration, but we should enlarge the “alliance” (political and military) and possibly strengthen it with a parallel expansion of the single market (not necessarily of the single currency or at least not in the short run). In this sense there would be no need for a common army and for a common foreign ministry as these choices would require further integration steps on many axes. On the contrary the expansion should be brought forward quickly with the inclusion of CEE and some CIS countries, of Turkey and maybe Israel.

If the purpose is to acquire a superpower role, political integration is critical. We should aim at a Federative or Confederative model with a strong role played by the central government in Brussels. In such case, wide expansion would be incompatible with the project. In fact, there is no chance that Turkey and Germany (as an example) can be managed by a single government with the same rules and principles. Big differences of any kind among different countries would probably lead to a structure where the Central Government remains too weak as compared to national governments to be able to play a relevant role. Far from becoming a unified country (like the US), Europe would remain de facto an alliance and the Central Government might even turn into an overwhelming and ineffective bureaucracy. If on the contrary we tried to write a constitution strengthening the Central Government at expenses of the national ones, regardless of the differences, we might also risk to cause the dissolution of Europe. It might seem extreme, but it is inevitable that if national governments lose power and the Central Government is not able to provide adequate answers to the needs of people (there is no single recipe for so different situations), an enormous power would be gained by a multitude of local governments (Regions or Macro-regions). Such entities would soon substitute the national governments as true interlocutors of the Central Government with the consequence that the whole system would soon become unmanageable. The following step would be the secession of some parts with the consent of the population and Europe would collapse in a way very similar to the Sacred Roman Empire less than a century after Charles Magne death. Needless to say, the collapse of Europe would mean the collapse of the single market and of the single currency, and maybe also the end of peace.

Of course not all the choices are mutually exclusive. For instance the idea of having contemporarily a “Core Europe” politically integrated, and a “Wider Europe” sharing the single market, the free mobility and strict military alliance would be pursuable.

But a profound thinking on these issues is fundamental. Europe has achieved incredible results since the Treaty of Rome because this Treaty was signed with a clear vision. Now similar clarity is required to drive next steps consistently. A full support of the public opinion is not required in the short term as long as there is a good project, able to generate positive effects on governability, wealth and peace. But if there is no vision and contact with reality, there is a high probability to fail and to put at risk even what have achieved up to now.




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28 maggio 2009

Politica e immigrazione

 

Il tema dell’immigrazione è molto complesso e stento a credere che qualcuno possa conoscere la “ricetta giusta” su come affrontare il problema. I flussi migratori nella storia ci sono sempre stati, ma mai come oggi, in un mondo globalizzato, tendono a scomparire le barriere alla mobilità e masse ingenti possono spostarsi dalle aree più povere del pianeta alle regioni più ricche, dove crisi o non crisi, il tenore di vita e la qualità delle prospettive sono migliori.

Un argomento del genere dovrebbe essere affrontato con umiltà, lungimiranza e senso pratico. Da un lato è vero che in una società che invecchia abbiamo bisogno degli immigrati, soprattutto per svolgere lavori umili che i giovani italiani non sono più disposti a fare. E’ altrettanto vero però che l’immigrazione può provocare disagio sociale, se non adeguatamente gestita. E qui arriviamo alle domande chiave: deve un governo gestire il fenomeno o deve aprire le porte a tutti quelli che vogliono entrare? Deve un governo dotarsi di una “strategia” dell’immigrazione, favorendo eventualmente i flussi da determinate regioni e non da altre? Cosa è l’integrazione e come deve essere affrontata?

Alla prima domanda rispondo senz’altro sì. Un governo ha il compito di gestire il fenomeno, ovvero regolare i flussi nei limiti del possibile e porsi il problema dell’integrazione.

Alla seconda domanda rispondo sì in funzione anche della terza. E’ vero infatti che, come dicono tanti fautori dell’accoglienza, tanti Italiani sono stati emigranti. Questo però non implica che dobbiamo disconoscere il fatto che la nostra non sia, storicamente, una società multietnica. Non siamo gli Inglesi o i Francesi che hanno avuto per secoli imperi coloniali e hanno sviluppato società in cui la convivenza pacifica tra razze diverse è la regola. E non siamo nemmeno gli Stati Uniti o l’Argentina dei primi del ‘900, che erano in realtà Paesi poco abitati, senza una società strutturata, dove si sono incrociate masse di emigranti, in gran parte europei, con in comune la speranza di potersi costruire un’esistenza migliore. L’Italia è un paese densamente abitato, con problemi economici e che attraversa probabilmente una fase di declino, che ha o avrà già di per sé ripercussioni sociali.

Non siamo quindi in grado di accogliere un numero illimitato di persone e dobbiamo pertanto fare delle scelte. Se è vero che abbiamo bisogno di manodopera “bassa” per svolgere alcuni lavori umili (dall’operaio alla badante) dobbiamo cercare di capire di quante persone avremo ragionevolmente bisogno nel prossimo decennio e da dove vogliamo che queste persone vengano. Vogliamo che vengano dall’Africa o vogliamo che vengano dall’Est Europa? I flussi dall’Africa sono tutto sommato controllabili, come dimostrano gli ultimi risultati ottenuti dal governo. I flussi dall’Est Europa o dai Balcani sono più complessi da gestire per ovvie ragioni di appartenenza o contiguità con l’Unione Europea. E ancora, in caso di mancanza di manodopera è meglio cercare di ottenerla da Paesi che condividono con noi una parte di storia e cultura, radici cristiane incluse, o è meglio riceverla da paesi distanti da noi e spesso musulmani? Ricordo che una quindicina di anni fa, agli albori del fenomeno, con le carrette del mare che arrivavano abbondanti da Valona e dall’Africa, una parte dell’opinione pubblica tesseva le lodi della società multietnica e multirazziale, sognando un mondo in cui moltitudini di origine diversa vivevano in pace mantenendo intatte le proprie tradizioni e continuando a parlare la loro lingua di origine. Bel sogno ma impossibile a realizzarsi. Una summa di enclave non fa una società, non crea coesione e possibilità di incroci. Perché l’integrazione sia possibile bisogna che tutti parlino la stessa lingua, rispettino le stesse regole (che sono fondate sulla cultura di chi riceve molto più che su quella di chi arriva) e imparino a condividere valori di base comuni che non possono ridursi a libertà e tolleranza. Senza questo, i matrimoni misti rimangono una rarità e non si crea quell’osmosi che deve essere necessariamente il punto di arrivo di un pieno processo di integrazione. E’ inevitabile quindi che se le radici culturali sono comuni il processo di integrazione è molto più semplice ed è dunque giusto, a mio parere, prediligere una strategia dell’immigrazione rivolta ad Est piuttosto che a Sud.

Infine esistono delle modalità per gestire il processo. Indubbiamente lo Stato deve facilitare in tutto il modo l’ingresso e l’integrazione delle persone che possono da noi trovare una soluzione di vita migliore. Non deve però alimentare speranze in persone che, comunque, faticherebbero a trovare un lavoro e rischierebbero di andare ad incrementare lo strato indigente della popolazione. O peggio ancora le file della criminalità. In questo senso il fatto che l’immigrazione clandestina sia da considerarsi un reato è sacrosanto, sono sacrosanti i centri di permanenza temporanei e i rimpatri forzati perché non si possono sancire regole e poi tollerare che queste vengano sistematicamente violate (il rispetto delle regole è la base fondante del vivere civile). E’ però necessario che le regole con cui vengono concessi i diritti di soggiorno siano equilibrate, non dettate da ideologie pauperistiche né da fobie di piazza amplificate in fasi di delirio pre-elettorale. L’immigrazione può essere una risorsa, ma può essere fonte di instabilità sociale. E come tale, va gestita con estrema delicatezza.




permalink | inviato da EdoardoRiccio il 28/5/2009 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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